Conservatori non cazzoni / 2
Libera destra in libero mercato
Alla fine della Prima guerra mondiale, la grande paura dell’élite governativa britannica era la diffusione del comunismo. Il successo della rivoluzione russa era considerato dall’establishment di tutti i paesi europei (e anche dell’America) come una possibile miccia per lo scoppio di rivoluzioni comuniste in tutto il mondo occidentale.
14 AGO 20

[continua] Alla fine della Prima guerra mondiale, la grande paura dell’élite governativa britannica era la diffusione del comunismo. Il successo della rivoluzione russa era considerato dall’establishment di tutti i paesi europei (e anche dell’America) come una possibile miccia per lo scoppio di rivoluzioni comuniste in tutto il mondo occidentale. La Germania, uscita sconfitta dalla guerra, sembrava il candidato più ovvio per una presa di potere da parte dei comunisti, ma nessuna nazione poteva ritenersi immune dalla minaccia di una rivoluzione. Le autorità britanniche erano così determinate a resistere contro la diffusione del comunismo che continuarono a fornire supporto militare alla resistenza antibolscevica della Russia fino al 1920. Negli anni immediatamente precedenti la Prima guerra mondiale, in Gran Bretagna vi erano state forti tensioni di classe, e non c’era motivo di supporre che tali tensioni sarebbero terminate dopo la conclusione della guerra. Nel 1918 fu congedato un enorme numero di soldati, la maggior parte dei quali ben addestrati all’uso delle armi, e molti di essi avrebbero facilmente potuto tornare alle proprie case nascondendo fucili o pistole nei loro zaini. Il rischio di una rivoluzione sembrava davvero reale. Nel 1918, quindi, la parola d’ordine dell’establishment politico britannico era “business as usual”. La società britannica sarebbe dovuta tornare allo status quo del 1914. Un vasto numero di donne, che durante la guerra avevano lavorato nelle fattorie e nelle fabbriche di munizioni, furono rispedite a casa con la pretesa che accettassero di ritornare a una condizione di sottomissione. I soldati e i marinai smobilitati avrebbero dovuto tornare al mestiere che facevano prima della guerra. L’esperienza concreta del periodo fra le due guerre screditò completamente la dottrina del “business as usual”. Dopo un breve periodo di boom postbellico, l’Europa, Gran Bretagna compresa, precipitò in una grave recessione, cui si aggiunsero le devastazioni prodotte dalle malattie. All’effimera follia dei “rombanti anni Venti” fece seguito il crollo di Wall Street e la miseria provocata dalla Grande Depressione. Mentre l’economia britannica nel corso degli anni Trenta riuscì a riprendersi – grazie alle politiche governative e al processo di riarmo – rimasero ampie sacche di povertà. Di conseguenza, quando si avvicinò la conclusione della Seconda guerra mondiale, non si ebbe alcun desiderio di un ritorno al “business as usual”. Al contrario, secondo il Partito laburista, bisognava imparare e mettere a frutto le lezioni della guerra. Il popolo britannico, che si era unito per sconfiggere Hitler, poteva ora essere mobilitato per sconfiggere “la miseria, la malattia, l’ignoranza, lo squallore e la disoccupazione”. Nelle elezioni generali del maggio 1945, il partito laburista conquistò il 49,7 per cento del voto popolare e 393 seggi nella Camera dei Comuni, dando all’amministrazione di Attlee una maggioranza di 146 seggi.
Negli anni 1945-1951, la filosofia politica del governo laburista si fondò sui tre cardini del welfare, della nazionalizzazione e dell’economia keynesiana. La nazionalizzazione, basata sul principio laburista della proprietà statale del settore industriale, fu rafforzata dallo stato precario di alcune industrie fondamentali, come quella delle ferrovie e dell’estrazione mineraria. Le ragioni e la necessità di uno stato del welfare furono esposte da William Beveridge nel suo famoso rapporto del 1942 (intitolato “Social Insurance and Allied Services”) e ribadite dall’“Education Act” del 1944. Keynes, allora all’apice della sua fama internazionale, sembrava offrire una razionalizzazione concettuale dell’ingranaggio boom-fallimento e, soprattutto, avere un rimedio per esso. Nello stesso Clement Attlee – un avvocato che aveva frequentato le scuole pubbliche ed era stato ufficiale dell’esercito in tempo di guerra – il Partito laburista aveva trovato come sua guida un tipico rappresentante dell’establishment, anche se Ernest Bevin, Herbert Morrison e Aneurin Bevan erano più vicini al carattere tradizionale del movimento laburista.
Dei tre principi essenziali della politica laburista, la nazionalizzazione si dimostrò un entusiasmo di breve durata, con un costo estremamente elevato. L’economia keynesiana ebbe vita più lunga, affermandosi come ortodossia di governo fino agli anni Settanta. Ma l’eredità più stabile e duratura dell’amministrazione Attlee fu lo stato del welfare, un impegno che, sebbene in forma alquanto mutata, rimane ancora oggi un elemento cardine dell’opinione pubblica britannica. Benché il Partito laburista perse il potere nel 1951, tutti i partiti restarono ancorati ai principi del welfare e dell’economia keynesiana, per quanto lo stesso Partito laburista perse quasi subito il proprio entusiasmo per ulteriori nazionalizzazioni. Gli anni Cinquanta e Sessanta furono una sorta di vuoto per quanto riguarda l’aspetto ideologico: le amministrazioni conservatrici e quelle laburiste accettarono entrambe l’accordo postbellico e assisterono al graduale declino della potenza economica britannica in campo internazionale. Sollecitato dal fiasco subito in occasione della crisi di Suez nel 1956, lo smantellamento dell’impero britannico fu completato all’inizio degli anni Sessanta. Il consenso ideologico degli anni Cinquanta – riassunto nel termine di “Butskellism” – sembra essere consistito in una miscela di soddisfazione (il popolo “non era mai stato così bene”) e di rassegnazione (per il declino dell’influenza britannica sulle vicende mondiali). I governi laburisti degli anni Sessanta guidati da Harold Wilson si impegnarono, almeno sul piano retorico, nello sviluppo della modernità, ma non portarono a significativi mutamenti strutturali.
Dopo un lungo periodo di quiescenza, le differenze ideologiche riemersero alla superficie nel calderone economico degli anni settanta. La prima crisi petrolifera (scoppiata nel 1973) si combinò al cosidetto “Barber boom” producendo una vera e propria iper-inflazione (che toccò il 25 per cento), e i governi laburisti di Harold Wilson e Jim Callaghan cercarono senza successo di affrontare i problemi dell’inflazione, del ristagno economico e di sempre più critiche relazioni industriali. Nel 1976, il paese era già così prossimo alla bancarotta da richiedere un salvataggio da parte del Fondo Monetario Internazionale. Dopo che Callaghan si lasciò prendere dal panico sulla questione di una tornata elettorale autunnale, “l’inverno dello scontento”, nel 1978-1979, aprì le porte al secondo governo ideologico del periodo postbellico.
Dei tre principi essenziali della politica laburista, la nazionalizzazione si dimostrò un entusiasmo di breve durata, con un costo estremamente elevato. L’economia keynesiana ebbe vita più lunga, affermandosi come ortodossia di governo fino agli anni Settanta. Ma l’eredità più stabile e duratura dell’amministrazione Attlee fu lo stato del welfare, un impegno che, sebbene in forma alquanto mutata, rimane ancora oggi un elemento cardine dell’opinione pubblica britannica. Benché il Partito laburista perse il potere nel 1951, tutti i partiti restarono ancorati ai principi del welfare e dell’economia keynesiana, per quanto lo stesso Partito laburista perse quasi subito il proprio entusiasmo per ulteriori nazionalizzazioni. Gli anni Cinquanta e Sessanta furono una sorta di vuoto per quanto riguarda l’aspetto ideologico: le amministrazioni conservatrici e quelle laburiste accettarono entrambe l’accordo postbellico e assisterono al graduale declino della potenza economica britannica in campo internazionale. Sollecitato dal fiasco subito in occasione della crisi di Suez nel 1956, lo smantellamento dell’impero britannico fu completato all’inizio degli anni Sessanta. Il consenso ideologico degli anni Cinquanta – riassunto nel termine di “Butskellism” – sembra essere consistito in una miscela di soddisfazione (il popolo “non era mai stato così bene”) e di rassegnazione (per il declino dell’influenza britannica sulle vicende mondiali). I governi laburisti degli anni Sessanta guidati da Harold Wilson si impegnarono, almeno sul piano retorico, nello sviluppo della modernità, ma non portarono a significativi mutamenti strutturali.
Dopo un lungo periodo di quiescenza, le differenze ideologiche riemersero alla superficie nel calderone economico degli anni settanta. La prima crisi petrolifera (scoppiata nel 1973) si combinò al cosidetto “Barber boom” producendo una vera e propria iper-inflazione (che toccò il 25 per cento), e i governi laburisti di Harold Wilson e Jim Callaghan cercarono senza successo di affrontare i problemi dell’inflazione, del ristagno economico e di sempre più critiche relazioni industriali. Nel 1976, il paese era già così prossimo alla bancarotta da richiedere un salvataggio da parte del Fondo Monetario Internazionale. Dopo che Callaghan si lasciò prendere dal panico sulla questione di una tornata elettorale autunnale, “l’inverno dello scontento”, nel 1978-1979, aprì le porte al secondo governo ideologico del periodo postbellico.
Quando fu eletta alla direzione del partito conservatore, nel 1975, Margaret Thatcher proclamò: “Non sono un politico che si preoccupa del consenso. Sono un politico che si fonda sulle proprie convinzioni”. Il programma del partito conservatore pubblicato nel 1979 esprimeva in modo perfettamente chiaro la necessità di un nuovo orientamento: nella prefazione, la stessa Thatcher sosteneva che “la nostra società si è sempre più sbilanciata a favore dello stato e a scapito della libertà individuale”. Il programma prometteva di combattere l’inflazione, rovesciare la “politica dell’invidia” favorita dai laburisti e di ridurre lo strapotere dei sindacati. L’inflazione sarebbe stata combattuta con un migliore controllo delle risorse monetarie e riducendo il ruolo dello Stato, allo scopo di lasciare una maggiore quantità di denaro nelle tasche dei singoli cittadini. Le imposte sul reddito sarebbero state tagliate, si sarebbe incoraggiato l’acquisto di case con la vendita delle case popolari, e si sarebbe ridotto il controllo sull’andamento dei prezzi al fine di stimolare gli investimenti aumentando le possibilità di profitto delle attività imprenditoriali. Il nuovo governo avrebbe privatizzato la National Freight Corporation e deregolamentato l’industria dei trasporti. I conservatori evitarono di fare “straordinarie promesse”, affermando che “troppe cose erano andate storte in Gran Bretagna per lasciarci sperare di poter rimettere tutto a posto nel giro di un anno o poco più”. L’importanza cruciale delle amministrazioni presiedute dalla signora Thatcher è consistita nel fatto che, in un momento di disintegrazione economica e sociale di portata nazionale, il governo decise di affrontare i problemi del paese sulla base di una nuova filosofia, che si fondava sui principi di un’economia monetarista e sul posto preminente assegnato all’imprenditorialità. I cardini fondamentali delle politiche attuate dalla signora Thatcher (privatizzazione, deregolamentazione, vendita delle case popolari e riduzione delle tasse) si basavano sui principi elaborati da Sir Keith Joseph e articolati da think-tank come il Centre for Policy Studies e l’Institute of Economic Affairs. Fu un momento decisivo di politica basata sulle convinzioni e di rinascita nazionale.
Il trionfo dell’ideologia sintetica
Dopo una fase di deriva durante il governo di John Major, il Partito laburista ritornò al potere con la schiacciante vittoria elettorale del 1997. Sotto la guida di Tony Blair e Gordon Brown, il Partito laburista promise un nuovo approccio alla politica e al governo. Definita talvolta come la “Terza via”, la filosofia del New Labour era una miscela di economia della libera impresa e di maggiore “investimento” nella società, che prevedeva un ruolo più ampio per lo Stato. L’impegno del Partito laburista sulla nazionalizzazione fu abbandonato, e il partito promise di non tornare mai più alla politica di “tasse e spesa”. Le imposte non sarebbero state aumentate, e il partito, nel corso del suo primo mandato al governo, si attenne ai piani di spesa della precedente amministrazione del partito conservatore.
Ma se John F. Kennedy era stato “il miglior presidente che si poteva acquistare”, Tony Blair divenne il miglior primo ministro che un’agenzia di Public Relations poteva produrre. Infatti, la più notevole caratteristica dell’ideologia del New Labour stava nel fatto che si trattava di un’ideologia sintetica. Mentre l’impegno di Attlee sullo stato del welfare e il sostegno della signora Thatcher alla libera impresa erano il frutto di profonde e autentiche convinzioni, la “terza via” di Blair era una costruzione artificiale. L’elettorato, secondo i laburisti, si era probabilmente stufato del governo di Major, ma non aveva alcun desiderio di un ritorno a qualsiasi cosa assomigliasse all’economia degli anni Settanta. Se l’adesione a un’economia liberista era un punto che riscuoteva il favore dell’opinione pubblica, la stessa cosa valeva anche per lo stato del welfare. La “terza via” rappresentava una sintesi che aveva lo scopo di unire questi due elementi.
Il trionfo dell’ideologia sintetica
Dopo una fase di deriva durante il governo di John Major, il Partito laburista ritornò al potere con la schiacciante vittoria elettorale del 1997. Sotto la guida di Tony Blair e Gordon Brown, il Partito laburista promise un nuovo approccio alla politica e al governo. Definita talvolta come la “Terza via”, la filosofia del New Labour era una miscela di economia della libera impresa e di maggiore “investimento” nella società, che prevedeva un ruolo più ampio per lo Stato. L’impegno del Partito laburista sulla nazionalizzazione fu abbandonato, e il partito promise di non tornare mai più alla politica di “tasse e spesa”. Le imposte non sarebbero state aumentate, e il partito, nel corso del suo primo mandato al governo, si attenne ai piani di spesa della precedente amministrazione del partito conservatore.
Ma se John F. Kennedy era stato “il miglior presidente che si poteva acquistare”, Tony Blair divenne il miglior primo ministro che un’agenzia di Public Relations poteva produrre. Infatti, la più notevole caratteristica dell’ideologia del New Labour stava nel fatto che si trattava di un’ideologia sintetica. Mentre l’impegno di Attlee sullo stato del welfare e il sostegno della signora Thatcher alla libera impresa erano il frutto di profonde e autentiche convinzioni, la “terza via” di Blair era una costruzione artificiale. L’elettorato, secondo i laburisti, si era probabilmente stufato del governo di Major, ma non aveva alcun desiderio di un ritorno a qualsiasi cosa assomigliasse all’economia degli anni Settanta. Se l’adesione a un’economia liberista era un punto che riscuoteva il favore dell’opinione pubblica, la stessa cosa valeva anche per lo stato del welfare. La “terza via” rappresentava una sintesi che aveva lo scopo di unire questi due elementi.
Tony Blair venne considerato come un politico fedele alle proprie convinzioni, ma nella sostanza era un pragmatico. Aveva creato una squadra di straordinaria qualità nel campo delle relazioni pubbliche, e, quando necessario, sapeva mostrarsi sufficientemente appassionato. Ma la logica fondamentale del suo operare era di natura pragmatica. La politica estera etica di Robin Cook si sfaldò non appena si presentarono le prime sfide avventuriste (Afghanistan e Iraq); la decisione di Blair di porre la Gran Bretagna “al centro dell’Europa” fece la stessa fine quando Jacques Chirac e Gerhard Schröder sottolinearono quanto fosse folle il progetto di un cambio di regime a Baghdad; e il piano sulle pensioni elaborato dal ministro ritenuto capace di “pensare l’impensabile” si infranse contro un muro non appena “l’impensabile” risultò del tutto inappetibile per l’elettorato.
Blair concentrò la propria attenzione principalmente sulla politica estera, mentre le questioni interne furono lasciate alla cura di Gordon Brown. Uomo di notevoli capacità, Brown aveva tuttavia due gravi difetti: l’ipocrita sicurezza delle proprie convinzioni e un’arroganza intellettuale che gli impediva di prestare ascolto alle opinioni altrui. Come il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, anche Gordon Brown non si rese conto che la “grande moderazione” economica del mondo anglosassone non era altro che la fase conclusiva di un disastroso superciclo del credito avviatosi all’inizio degli anni ottanta. Entrambi avevano un’illimitata fiducia nella capacità di autocorrezione e autoregolazione dei mercati, così come in quella dell’interesse personale di impedire eccessi finanziari. Entrambi rifiutavano di ammettere la realtà della bolla dei beni immobili, chiudendo gli occhi di fronte ai ben documentati avvertimenti e agli inequivocabili dati che si presentavano su entrambe le sponde dell’Atlantico. Entrambi sembrarono cadere dalle nuvole quando la bolla scoppiò.
Blair concentrò la propria attenzione principalmente sulla politica estera, mentre le questioni interne furono lasciate alla cura di Gordon Brown. Uomo di notevoli capacità, Brown aveva tuttavia due gravi difetti: l’ipocrita sicurezza delle proprie convinzioni e un’arroganza intellettuale che gli impediva di prestare ascolto alle opinioni altrui. Come il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, anche Gordon Brown non si rese conto che la “grande moderazione” economica del mondo anglosassone non era altro che la fase conclusiva di un disastroso superciclo del credito avviatosi all’inizio degli anni ottanta. Entrambi avevano un’illimitata fiducia nella capacità di autocorrezione e autoregolazione dei mercati, così come in quella dell’interesse personale di impedire eccessi finanziari. Entrambi rifiutavano di ammettere la realtà della bolla dei beni immobili, chiudendo gli occhi di fronte ai ben documentati avvertimenti e agli inequivocabili dati che si presentavano su entrambe le sponde dell’Atlantico. Entrambi sembrarono cadere dalle nuvole quando la bolla scoppiò.
La differenza di Brown rispetto agli strateghi politici statunitensi stava nella sua fede nella benevolenza dello stato. Lo stato, a giudizio di Brown, era in grado non soltanto di rendere i cittadini più benestanti e sicuri ma anche più buoni. Era convinto che si potesse imporre la moralità. Oltre alla catastrofe economica e fiscale, l’eredità lasciata da Brown includeva una selettiva dottrina morale della “onestà” e uno spietato attacco contro le libertà individuali. I diritti dell’individuo vennero calpestati ogni volta che si frapponevano alla volontà dello stato. (…)